Ergonomo dell'inclusione

La figura dell'ergonomo dell'inclusione si occupa di utilizzare le nuove tecnologie per agevolare e assistere il lavoro delle persone disabili nelle aziende.

Quando un lavoratore può rimanere "escluso" dalla propria vita professionale, perdendo anche parte della propria identità e dignità personale? Una condizione di disabilità, permanente o temporanea, può di certo limitare le possibilità della persona di esprimersi pienamente in quanto tale ed in quanto lavoratore.

Siamo abituati a pensare che l'azienda per la quale una persona disabile lavora può al più attivarsi per trovarle una "nicchia" con richieste lavorative ben limitate.

Non siamo invece abituati a pensare che sui luoghi di lavoro potrebbero essere adottate soluzioni tecnologiche avanzate capaci di promuovere l'inclusione e quindi la valorizzazione delle competenze, residue o temporaneamente limitate, garantendo alla persona disabile dignità e rispetto personale e professionale.

Le aziende potrebbero diventare delle vere e proprie "palestre di inclusione", e smettendo di essere settarie e di relegare ed allontanare, nel comparto meno critico ed importante, persone su cui si pensa di non poter investire.

Una nuova figura professionale emergente, quella dell'ergonomo dell'inclusione, potrebbe selezionare la tecnologia più adatta a potenziare le competenze possedute di ogni persona disabile che occorre supportare.

Che cos'è l'ergonomia?

Ergonomo dell'inclusione

L’ergonomia è la scienza che mette in relazione l’uomo con la macchina, una relazione che spesso si inserisce in un contesto che richiede maggiore efficacia ed efficienza, come quello organizzativo, e ha conseguenze fisiche e psicologiche sull’individuo.

Per rispondere a questi bisogni, fra le nuove professioni in via di definizione vi è anche l’ergonomo dell’inclusione.

Tra le sue funzioni vi è quella, ad esempio, di mappare le condizioni di disabilità dei lavoratori in un’azienda, al fine di proporre gli ausili adeguati che ne assistano le attività a livello sensoriale, motorio e cognitivo.

Questo consentirebbe, anche in caso di sopraggiunta disabilità e, grazie all’evolversi delle tecnologie, di continuare a svolgere le funzioni coerenti con le proprie competenze senza costringere l’organizzazione a rivedere gli incarichi e a relegare persone con attitudini manageriali o con specifiche abilità, a compiti sottodimensionati rispetto alle loro potenzialità.

Nei luoghi di lavoro l'ergonomia si occupa della progettazione degli spazi, degli attrezzi e dei processi produttivi in funzione delle capacità specifiche dei lavoratori. In questo senso l'approccio ergonomico cerca di ottimizzare l'interazione tra uomo, macchina ed ambiente, intervenendo sull'organizzazione e razionalizzando i processi e lo spazio, migliorandone quindi le condizioni.

Cosa fa l’ergonomo dell’inclusione?

Ergonomo dell'inclusione

Giacinto Barresi, che si occupa di ergonomia cognitiva e neuroergonomia come ricercatore presso l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) sostiene che:

L’ergonomo dell’inclusione deve definire capacità, limiti e bisogni del lavoratore con disabilità, in relazione con gli obiettivi dell’organizzazione, per scegliere o progettare l’ausilio adatto a mantenerne le attività, il ruolo e l’identità nel contesto lavorativo più a lungo possibile, e riducendo ogni discriminazione.

Per fare questo occorre avere competenze legate al design e alla valutazione dell’accessibilità, allo sviluppo di tecnologie assistive, al coinvolgimento degli stakeholder aziendali, oltre alla capacità di facilitare l’integrazione con la terapia e la ricerca.

Sulla figura dell’ergonomo dell’inclusione c’è ancora poca cultura, ma ormai da tempo hanno preso il via diversi gruppi di lavoro della Società italiana di ergonomia e fattori umani, fra i quali anche il Design for All, sul quale segnaliamo un articolo interessante sul sito di IdeAbile.

La necessità di nuove figure professionali

Ergonomo dell'inclusione

Diventano necessarie altre figure che si inseriscono nel campo in cui opera anche l’ergonomo dell’inclusione, come il capability manager e il disability manager

Al capability manager si chiede di estendere la capacità di creare reti di servizi e soluzioni, in aiuto alle fragilità sociali create dal più recente fenomeno della longevità, dall’invecchiamento della popolazione, dal protrarsi dell’età di permanenza sul lavoro.

dichiara Maria Grazia Giorgetti di Manager Italia.

Il disability manager è il primo profilo ad avere un riconoscimento anche statistico ed è già previsto dalla legge. Questa figura prende sempre più forma, grazie ai progetti pilota in Liguria e Lombardia.

In termini di formazione, l’università dovrà riuscire a costruire un profilo trasversale che attinga conoscenze anche distanti fra loro, da quelle di change management e mentoring a quelle di bioetica e normativa sul lavoro.

Verso un nuovo approccio culturale

L'urgenza è quella di una nuova cultura delle abilità residue e del superamento dei pregiudizi organizzativi: la tecnologia può intervenire potenziando le abilità di chi ha una disabilità.

Nel maggio 2001 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato la classificazione internazionale del funzionamento, della salute e della sisabilità (Icf). In questa, la disabilità non è più identificata con una diagnosi, ma diventa un concetto relazionale e multidimensionale.

Questo pone le basi per diversi interventi nelle aziende: è necessaria l'integrazione di competenze per costruire benessere sul posto di lavoro in maniera sempre più ampia, anche e soprattutto per le persone disabili.